Siamo abituati a fare i conti con ciò che non va dell’odierno sistema scolastico, senza spesso renderci conto di come questo sia il frutto di un’evoluzione portata avanti dagli apporti dei vari Ministri dell’Istruzione che si sono succeduti nel tempo. Vediamo di concentrarci nel range temporale che riguarda gli ultimi 30 anni, evidenziando novità, limiti e criticità. Di seguito i dettagli.
Il mondo dell’Istruzione nella sua evoluzione
Nella carrellata di ministri che hanno fatto la storia della scuola italiana partiamo da Luigi Berlinguer: dal 1996 al 1998 assunse nel primo governo Prodi la guida del Ministero della pubblica istruzione e, ad interim, di quello dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica, per proseguire nei successivi governi sino al 2000 come ministro della Pubblica istruzione. Nel 2000 fu costretto alle dimissioni a seguito di una serie di contestazioni. Nel corso della sua attività di governo tenderà a introdurre nel campo dell’istruzione e della ricerca innovazioni profonde, tutte all’insegna dell’adeguamento alle esigenze nuove di una società in rapida trasformazione, sempre più integrata nella cornice europea. Spicca la sua legge n.10 del 10 febbraio 2000, conosciuta come ‘Legge quadro in materia di riordino dei cicli dell’istruzione'(prevedendo 7 anni di ciclo primario o di base (dai 6 ai 13 anni) e cinque di ciclo secondario (dai 13 ai 18), con l’obbligo scolastico fissato a 15 anni), e la legge 10 dicembre 1997, n. 425 di modifica dell’esame di maturità (fu lui ad introdurre il cosiddetto ‘esame di Stato’). Berlinguer introdusse inoltre l’autonomia scolastica e il sistema universitario “3+2” per allinearsi all’Europa. Da non dimenticare inoltre fu il cosiddetto “Concorsone”, una sorta di esame cui i docenti con un’anzianità di almeno dieci anni si sarebbero potuti sottoporre per ottenere un aumento di circa 500 mila lire al mese (esclusa la tredicesima). L’idea di Berlinguer naufragò insieme alle dimissioni del 2000.
Dopo Berlinguer fu la volta di Tullio De Mauro, ministro dell’istruzione dal 2000 al 2001 durante il governo Amato II: cercò di rilanciare il tempo pieno e l’educazione linguistica democratica, ma fu ricordato più per le idee che per i risultati concreti. Fu l’ultimo ministro della Pubblica Istruzione (dopo di lui il Ministero cambiò dicitura). De Mauro portò avanti un’idea di scuola più aperta ed inclusiva.
Dal 2001 al 2006 arrivò Letizia Moratti. Con la sua riforma, giudicata da molti “aziendalista” e divisiva, introdusse la personalizzazione dei percorsi e il “portfolio delle competenze”. Le maggiori criticità riscontrate ruotavano intorno all’eccessiva burocrazia per docenti e famiglie, ad una riduzione del tempo pieno e all’introduzione del maestro unico, percepiti come un impoverimento della primaria. Tra i punti che possiamo ricordare della Riforma Moratti si pensi all’introduzione alla scuola primaria dell’insegnamento dell’inglese e dell’uso del computer, con una valutazione biennale e l’abolizione dell’esame di quinta elementare. Inoltre i programmi e le ore di Storia, Geografia e Scienze subirono importanti – e discussi – tagli. Venne inoltre abolito con la riforma Moratti il tempo prolungato e per diventare insegnanti di scuola primaria fu resa obbligatoria la laurea in Scienze della formazione primaria. Alla scuola secondaria di II grado venne introdotta, per le scuole professionali, l’alternanza tra scuola e lavoro e l’obbligatorietà della maturità per l’accesso ai corsi universitari. Vennero infine introdotte le prove Invalsi per tutti i cicli, al fine di valutare le competenze degli studenti e il corretto andamento dei programmi. Lo slogan della nuova scuola di quegli anni si basava sulle “Tre I”: “Inglese, Informatica e Impresa”, visti come le fondamenta della formazione dei giovani italiani
Si passò a Giuseppe Fioroni, ministro dal 2006 al 2008: ripristinò in parte il tempo pieno e introdusse norme più rigide per la valutazione (con il ritorno del voto in condotta). Con la legge n. 296/2006, ripartendo dalla legge di Berlinguer cancellata dalla Moratti, ha portato l’obbligo scolastico a 16 anni e, sul fronte del personale docente, ha trasformato le graduatorie provinciali permanenti in Graduatorie ad Esaurimento (GAE) con lo scopo di risolvere definitivamente il problema del precariato. Significativa è stata anche la revisione dell’Esame di Stato, oltre all’abolizione del liceo economico e di quello tecnologico, reintroducendo gli istituti tecnici e professionali.
Arriviamo poi a Mariastella Gelmini, ministra dal 2008 al 2011. Gli anni del suo ministero furono caratterizzati da oltre 8 miliardi tagliati alla scuola e decine di migliaia di cattedre eliminate, a cui si aggiunse l’aumento delle “classi pollaio” e un’Università precarizzata, con forti proteste studentesche. La riforma Gelmini si concentrò sulla reintroduzione del maestro unico alla scuola primaria e dello studio dell’Educazione Civica. Nella scuola secondaria di primo grado reintrodusse il voto in decimi, mentre in quella di secondo grado fece sì che il voto in condotta facesse media con gli altri. Si assistette inoltre al riordino dei licei, con l’introduzione di nuovi percorsi (scienze umane, musicale e coreutico) e potenziando l’artistico.
Seguirono Francesco Profumo (2011-2013), durante il cui ministero si assistette a poche riforme strutturali, e denotò un’esperienza percepita come tecnocratica. Fu ricordato per progetti digitali non pienamente attuati. E successivamente fu la volta di Maria Chiara Carrozza (dal 2013 al 2014), con un mandato brevissimo e riforme avviate ma non concluse.
Dopodichè si passo a Stefania Giannini (dal 2014 al 2016) che promosse la famosa riforma della ‘Buona Scuola’ (legge 107/2015) voluta da Matteo Renzi. Si assistette ad una massiccia assunzione di insegnanti dalle procedure caotiche. Le principali novità hanno incluso l’introduzione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF), l’istituzione dell’Organico dell’Autonomia con nuove assunzioni di docenti, e l’obbligo dell’Alternanza Scuola-Lavoro (oggi PCTO) per gli studenti. La riforma ha anche previsto la formazione continua e obbligatoria dei docenti, la valorizzazione del personale attraverso la formazione e la responsabilità del Dirigente Scolastico nella gestione del corpo docente.
Veniamo ora agli ultimi ministri della storia. Valeria Fedeli (2016–2018) sindacalista con esperienza nel settore, giudicata una ministra più attenta alla mediazione politica che alle riforme; Marco Bussetti (2018-2019); Lorenzo Fioramonti (2019), il quale si dimise dopo pochi mesi denunciando la mancanza di fondi.
Sopraggiunse poi Lucia Azzolina (2020-2021), in piena pandemia, ricordata per i famosi ‘banchi a rotelle’ e per una gestione caotica della Didattica a Distanza (DAD). E poi siamo arrivati a Patrizio Bianchi (2021-2022), predecessore dell’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: a lui si deve la cosiddetta Riforma Bianchi, formalmente avviata dalla legge n. 79 del 2022, con cui ha introdotto un nuovo sistema di formazione iniziale e reclutamento dei docenti per le scuole secondarie, basato su un percorso universitario abilitante di 60 CFU (o CFA), un concorso pubblico annuale e un anno di prova in servizio con valutazione finale
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