Una sentenza storica della Settima Sezione del Consiglio di Stato segna un punto di svolta nella tutela dei diritti degli insegnanti e, più in generale, di tutti i cittadini nei confronti della pubblica amministrazione. La pronuncia, che ha visto come protagonista nelle vesti di difensore l’avvocato Salvatore Braghini della Gilda degli Insegnanti, riafferma con forza i principi di trasparenza e buon andamento, condannando l’inerzia della Ragioneria Territoriale e stabilendo un precedente importante. Il caso, che ha visto un docente lottare per il proprio diritto di accesso agli atti, evidenzia come il silenzio e la presunta “smarrimento” dei documenti non possano più essere una scusa accettabile.
Sentenza storica della Settima Sezione del Consiglio di Stato sulle istanze di accesso agli atti
Il percorso giudiziario: dal silenzio al trionfo della trasparenza
La vicenda, complessa e paradigmatica, ha avuto inizio quando un insegnante, assistito dall’avvocato Braghini, ha richiesto alla Ragioneria Territoriale dello Stato dell’Aquila la documentazione relativa a un accertamento erariale. Questo procedimento aveva portato al recupero di somme dal suo stipendio, un’azione contestata in tribunale. L’istanza di accesso agli atti era finalizzata a tutelare il diritto di difesa del docente in un contesto già complicato da un decreto di ricostruzione di carriera annullato dal Tribunale di Avezzano. In un primo momento, il TAR Abruzzo aveva respinto il ricorso del docente, accogliendo la giustificazione dell’amministrazione che adduceva lo smarrimento dei documenti a seguito di un trasloco. Una posizione che, come vedremo, è stata completamente ribaltata.
La svolta del Consiglio di Stato: la pubblica amministrazione ha un dovere di diligenza
La Settima Sezione del Consiglio di Stato ha demolito le tesi del TAR e dell’amministrazione, sancendo un principio di fondamentale importanza: il diritto di accesso agli atti non è una cortesia, ma un dovere costituzionalmente orientato. I giudici di Palazzo Spada hanno, infatti, sottolineato come la possibilità dei cittadini di accedere ai documenti che li riguardano sia uno strumento necessario per garantire i principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione, come previsto dall’articolo 97 della Costituzione.
La sentenza chiarisce senza equivoci che l’amministrazione ha l’obbligo di conservare i documenti e, in caso di smarrimento, di ricostruire il fascicolo. Non è consentito trincerarsi dietro scuse organizzative o logistiche. L’avvento di strumenti informatici e telematici, come sottolineato dai giudici, rende questo onere sempre più “ragionevole ed esigibile” dal cittadino, rafforzando il principio di diligenza amministrativa e di tutela dell’affidamento.
Condanna alle spese e implicazioni per le future assunzioni
Un altro aspetto saliente della pronuncia riguarda la condanna alle spese legali per un totale di 3.000 euro, a carico dell’amministrazione. Nonostante il documento richiesto sia stato depositato tardivamente, solo dopo l’inizio del contenzioso in appello, il Consiglio di Stato ha applicato il principio della “soccombenza virtuale“. Questo significa che l’amministrazione è stata condannata per l’illegittimità del suo comportamento iniziale, riconoscendo che il deposito tardivo ha confermato la sua colpa. Questo segnale è un aspetto importantissimo per tutti i futuri insegnanti e per chi partecipa ai concorsi scuola: la pubblica amministrazione non può eludere le proprie responsabilità ritardando la consegna dei documenti.
La sentenza, oltre a tutelare il diritto di difesa del docente, offre importanti indicazioni per la prassi amministrativa, spingendo le pubbliche amministrazioni verso standard più elevati di trasparenza e responsabilità. La digitalizzazione deve essere non solo un’opportunità tecnologica, ma un vero e proprio obbligo giuridico. Questo caso dimostra che il diritto di accesso non è una mera formalità, ma un pilastro della democrazia che garantisce la corretta gestione dei procedimenti amministrativi.
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